Risorse naturali e comunità locali
Attraverso i secoli i principali gestori delle risorse naturali sono state le comunità locali, ovvero i gruppi di raccoglitori, cacciatori, pescatori, pastori transumanti, agricoltori, utilizzatori delle risorse dei boschi e del suolo, costruttori di poggi, terrazze, pozzi e canali d’irrigazione che hanno modificato il territorio in modo da renderlo capace di sostenere la vita umana. Molte comunità umane si sono create quali unità sociali nello sforzo comune di utilizzare e gestire delle unità di risorse naturali. La diversità culturale e la diversità biologica sono in stretta corrispondenza ovunque nel mondo.
La maggior parte delle comunità locali e indigene sono state enormemente lontane dal porsi come obiettivo la conservazione della biodiversità, ma la cosa interessante è che spesso ci sono riuscite. La gestione delle risorse naturali da parte delle comunità umane si è compiuta per una varietà di motivi e circostanze, ma in molti modi ha contribuito alla conservazione della biodiversità ed anche al suo arricchimento attraverso l’agro-biodiversità, la migliore connettività fra habitats, la creazione di nuovi habitats.
La biodiversità è un concetto moderno, ma è pur vero che la diversità delle specie animali e biologiche è stata riconosciuta, apprezzata e preservata in maniera attiva in molti luoghi.
Alcuni grandi cambiamenti, per quanto riguarda la gestione delle risorse naturali e del territorio, meritano un’attenta riflessione. Un cambiamento di portata storica va sotto il nome di “enclosure of the commons”, ovvero la recinzione delle proprietà comuni. Nell’Inghilterra del 1300 l’aristocrazia si è era resa conto che poteva sfruttare la terra in modo più intensivo di quanto non avvenisse con le proprietà collettive. Si è dunque impadronita di certi terreni, li ha recintati (enclosure), e ha cominciato a sfruttarli dal punto di vista agricolo. Si tratta di un movimento di enorme portata che si è espanso in tutto il mondo con la colonizzazione ed il colonialismo e che in Europa si è completato, dopo la nascita degli Stati nazionali, con la definizione delle terre non recintate quali “demanio” dello Stato. Le comunità locali quindi hanno ceduto il passo ai nuovi gestori delle risorse naturali e del territorio, ovvero a proprietari privati (individui, aziende, società) o allo Stato. E’ da notare che il passaggio da una governance locale e comunitaria delle risorse naturali ad una governance privata o statale è stato accompagnato da altri importanti cambiamenti ambientali, socio-culturali e demografici, che in molti casi ne sono ripercussioni e conseguenze.
Quattro recenti avvenimenti hanno modificato il panorama internazionale rispetto agli approcci di conservazione delle risorse naturali ed alle questioni di governance:
► Settembre 2003 : 5° Congresso Mondiale delle Aree Protette (Durban, Sud Africa);
► Febbraio 2004: 7° Conferenza della Parti della CDB (Kuala Lumpur, Malesia);
► Novembre 2004: 3° Congresso Mondiale della Conservazione (Bangkok, Tailandia);
► Ottobre 2005: 1° Congresso Mondiale delle Aree Protette Marine (Geelong, Australia).
I risultati di questi incontri internazionali sono stati vari, tra cui gli esiti che riguardano il rapporto fra le politiche di conservazione nel mondo moderno e i diritti e le conoscenze delle comunità locali legate alle risorse naturali da conservare.
Il primo risultato riguarda il fatto che quando si parla di conservazione non si può più eludere il discorso dei diritti umani.
La conservazione non è più vista come un qualcosa separato dal bisogno di rispettare i diritti umani. Questo è un concetto profondo, perché sotto la bandiera della conservazione della natura sono state distrutte le vite di moltissime persone e comunità. Ci sono stati gruppi umani che sono stati espropriati con la forza, dei loro diritti sulla terra e le risorse naturali, sono stati espulsi dalle terre che dovevano essere “conservate”, con enormi sofferenze. Al di là delle evacuazioni forzate, rispettare i diritti umani implica la ricerca dell’equità nella distribuzione dei costi e dei benefici della conservazione delle risorse naturali e del territorio.
Un altro dato acquisito riguarda il fatto che le aree protette devono integrarsi all’interno del territorio, coinvolgere nelle decisioni e nelle responsabilità la società civile e tener conto delle sue capacità ed aspirazioni.
La conservazione non è una pratica che deve interessare solo gli esperti, deve essere portata avanti da tutti. E’ dunque importante:
► identificare i bisogni, le priorità, le capacità, le pratiche ed i valori delle comunità locali e dei popoli indigeni;
► coinvolgere le parti interessate nella pianificazione e nella gestione partecipativa;
► promuovere la trasparenza e la responsabilizzazione nelle decisioni che hanno a che fare con la conservazione.
Un ulteriore messaggio riguarda poi la necessità di essere più attenti ai legami tra diversità biologica e diversità culturale, ed alle condizioni che permettono alle comunità di impegnarsi nella conservazione.
Nel congresso mondiale di Geelong è emerso che una qualche forma di governance locale efficace è indispensabile alla conservazione. Ma la governance locale, sola, non è sufficiente. Le capacità di gestione locali possono agire al meglio quando possono contare su un supporto attivo fino ai livelli governativi/legislativi. Nel mondo della conservazione delle risorse naturali sono stati individuati due tipi di governance che permettono ai popoli indigeni ed alle comunità locali di mettere in gioco le loro capacità:
1. La governance partecipativa, anche detta “cogestione” della biodiversità e delle aree protette. In Italia tale soluzione istituzionale è stata codificata dalle leggi 394/91 e 157/92.
2. La governance diretta dei Patrimoni di Comunità.
I concetti sottesi al termine di governance non sono assolutamente nuovi, in quanto riguardano la gestione del potere, l’assunzione di responsabilità, il dovere di rendiconto, la gestione delle informazioni, la condivisione dei benefici e dei costi di un’azione comune. Due elementi chiave sono stati chiariti per quanto riguarda la governance per la conservazione della natura negli incontri internazionali sopra menzionati: la qualità della governance (quello che generalmente si chiama “good governance”); il tipo di governance, e la sua pertinenza con la storia ed il contesto dell’area protetta.
Per quanto riguarda i principi della good governance si trovano interpretazioni con concetti articolati e interessanti, promossi ad esempio dalle Nazioni Unite, che ne parlano come capacità di seguire certi criteri nell’uso dell’autorità e della responsabilità, quali:
► Rispetto dei diritti umani
► Legittimità e diritto di parola
► Sussidiarietà
► Equità nella distribuzione dei costi e dei benefici
► Visione chiara e condivisa in merito agli obiettivi
► Raggiungimento di risultati (performance, efficacia)
► Trasparenza e dovere di render conto (accountability)
Sono stati identificati quattro grandi tipi di governance possibili delle aree protette:
► Aree Protette gestite dal governo;
► Aree Protette gestite in modo partecipativo da più parti interessate;
► Aree Protette gestite dai privati-proprietari della terra e delle risorse, inclusi individui e compagnie, per fini di lucro e/o non di lucro;
► Aree Protette gestite da popoli indigeni o comunità locali.
Il Programma di Lavoro sulle Aree Protette della CBD enfatizza il bisogno di riconoscere e dare supporto alle Community Conserved Areas (i Patrimoni di Comunità), che includono valori locali, conoscenze e capacità relative a pratiche specifiche ed istituzioni locali capaci di identificare, applicare e garantire il rispetto delle regole. In generale, i Patrimoni di Comunità hanno sempre una dimensione culturale e sono radicati nella storia e nelle capacità locali piuttosto che in conoscenze e decisioni fuori contesto. Sono dunque, sempre e comunque, dei patrimoni insieme ecologici e socio-culturali.
Legambiente condivide che la conservazione della natura possa funzionare solo se voluta e realizzata insieme alle altre persone che vivono un medesimo territorio. L’attenta gestione delle risorse naturali, patrimonio comune dei popoli, indispensabile anche per il loro enorme valore in termini ecologici, economici, sociali, è uno dei pilastri fondamentali per le moderne democrazie che mirino alla condivisione delle scelte e alla partecipazione dei cittadini nella loro realizzazione per ottenerne, insieme a migliori risultati, la crescita di una cittadinanza attiva e consapevole.
Legambiente promuove la conservazione del natura in Italia come una delle grandi sfide di democrazia partecipata che, partendo dall’attenzione e dal rispetto per il patrimonio faunistico, floristico e di habitat lo percepisca quale collante sociale, palestra viva dove ciascuno offre agli altri la propria esperienza al servizio del principale interesse comune: vincere la sfida di mantenere nel tempo e nello spazio l’enorme patrimonio comune costituito dalla biodiversità presente in Italia. A tal fine risulta fondamentale consolidare le basi per un patto tra tutti quei cittadini e quelle comunità che dedicano tempo ed energie a diretto contatto con la natura, quali agricoltori, ambientalisti, animalisti, cacciatori, ecologisti, pescatori, operatori forestali insieme a chi vive nei contesti urbani e porre l’obiettivo comune della conservazione della natura mantenendo viva l’esperienza delle comunità presenti nelle aree rurali, esperienza altrettanto significativa, complementare ed insostituibile rispetto a chi vive in contesti urbanizzati.
Legambiente è consapevole che la condivisione delle responsabilità tra i differenti soggetti coinvolti nella gestione del patrimonio naturale è il primo obiettivo e la necessaria premessa per ottenere efficaci interventi per la biodiversità. Per raggiungere questo risultato ci è richiesto di saper ricostruire una consapevolezza diffusa del patrimonio comune, far rinascere quella percezione e quel desiderio di comunità che è in grado di garantire il sincero coinvolgimento delle differenti categorie sociali interessate e coinvolte nella gestione della biodiversità.