“Quando lo Stato era in pericolo il senato romano diceva ai consoli: ‘Caveant Consules, ne quid respublica detrimenti capiat’ (I consoli stiano attenti affinché il bene pubblico non riceva danno) ed è lo stesso monito che Legambiente Calabria rivolge ai Presidenti del Consiglio e della Giunta della Regione Calabria con l’auspicio che diano una risposta efficace, concreta e in tempi certi per fermare la “svendita” di territorio e paesaggio calabrese, oggi GRATIS, fattore che offre ulteriori spazi e opportunità alla già dannosissima ‘ndrangheta e ai suoi sgherri”.
E’stato presentato oggi il nuovo dossier nazionale di Legambiente sulla situazione delle Cave in Italia e salta fuori l’ennesimo “Caso Calabria”: nessun canone da pagare per i cavatori, nessun piano regionale cave per dettare indirizzi e nessuna legge regionale per dare regole certe e uguali per tutti. In Calabria l’attività estrattiva è interamente nelle mani dei Comuni, unici interlocutori per chi vuole aprire un’attività di cava o anche gestirla illegalmente!
“Se si considera il peso che le Ecomafie hanno nella gestione del ciclo del cemento e nel controllo della aree di cava nel Mezzogiorno – sostiene il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza - emerge in tutta la sua evidenza, la gravità della situazione in troppe aree del Paese praticamente prive di regole”.
Ogni anno in Italia dalle 6mila cave attive vengono prelevati circa 142 milioni di metri cubi di inerti e in media nelle regioni italiane si paga il 4% del prezzo di vendita degli inerti, mentre in Valle d’Aosta, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna si cava addirittura gratis. Colpa dei canoni di concessione, che anziché essere regolati direttamente dalle Regioni, sono stabiliti ancora oggi da un Regio Decreto del 1927.
“Senza alcuna regola e alcun onere di concessione per l’attività estrattiva – dichiara Antonino Morabito, presidente di Legambiente regionale – la Calabria continuerà ad essere devastata dalle cave, a lasciare abbandonate quelle dimesse e a rinunciare a promuovere un settore innovativo come quello del recupero degli inerti provenienti dalle demolizioni in edilizia (magari compreso quello proveniente dall’abbattimento dei tanti ecomostri), che può sostituire quelli di cava, come sta avvenendo in molti Paesi europei, che consente di avere molti più occupati e di risparmiare il paesaggio”.
Per una cava da 100mila metri cubi l’anno gli addetti in media sono 9 mentre per un impianto di riciclaggio di inerti gli occupati sono più di 12. Uscire da una gestione troppo spesso illegale o condotta con mentalità predatoria, recuperare aree che sembrano abbandonate a se stesse, curare le ferite del paesaggio è quanto mai urgente. E basterebbe emulare i Paesi europei che intorno a una moderna gestione delle attività estrattive hanno creato un settore economico capace di legare ricerca e innovazione nel recupero dei materiali.
Ad esempio, la Danimarca da oltre 20 anni si è posta il problema di come ridurre le estrazioni da cava e di promuovere il recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione, attivando una politica di tassazione che arriva a far pagare 50 euro a tonnellata per il conferimento in discarica degli inerti. Un meccanismo che ha funzionato, visto che oggi in Danimarca fanno ricorso per il 90% ad inerti riciclati invece che di cava. Oppure
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