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mercoledì 16 dicembre 2009
NO alla Centrale a Carbone di Saline Joniche. SI' alla Green Economy

“NO ALLA CENTRALE A CARBONE DI SALINE JONICHE,

 sì ALLA GREEN ECONOMY”

 

LEGAMBIENTE RILANCIA

“LA CALABRIA DIVENTI CAPOFILA IN EUROPA

PER PRODUZIONE DI ENERGIE RINNOVABILI”

 

 

La salute dell’ambiente prima dei profitti. Questo lo spirito con cui la Coalizione per il Clima sta promuovendo, in concomitanza con il vertice di Copenaghen, iniziative di informazione e sensibilizzazione sul tema dei cambiamenti climatici e del surriscaldamento del pianeta. Una straordinaria occasione per segnare una svolta ma in cui, tuttavia, non stanno convergendo gli impegni di tutti i governi, specie dei grandi. E’ di questi giorni la resistenza dei governi africani e poi l’impossibilità di celebrare l’assemblea dei Popoli, come segno di mancata opportunità di adeguato coinvolgimento dei governi dei paesi più poveri nella lotta globale al cambiamento climatico. Pare infatti che l’accordo, per quanto avente ad oggetto la riduzione di emissione del gas serra, non implichi anche investimenti significativi nei paesi meno sviluppati. Un accordo che, dunque, potrebbe non servire efficacemente al raffreddamento del pianeta, servendo invece altre logiche. E in questo non senso anche in Italia si registrano segnali di incoerenza con i buoni propositi di Kyoto e Copenaghen laddove il ritorno al nucleare è ormai alle porte e i progetti di conversione e realizzazione di centrali a carbone di “ultima generazione” abbondano.

 

“Il ‘carbone pulito’? Una contraddizione in termini e l’ipocrisia di chi lo sostiene. Non solo la sua combustione produce i così banditi gas serra ma persino la sua estrazione è, da sempre – ha spiegato Antonino Morabito, presidente Legambiente Calabria -  causa di tantissime morti. Una tragedia su tutte quella del Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, in cui l’8 agosto del 1956  morirono 262 minatori (di cui 136 italiani), erta ad emblema degli incidenti sul lavoro. Ultime tragedie, in ordine di tempo il 21 novembre scorso, in cui sono morti 42 minatori nell’esplosione a Hegang, nella provincia di Heilongjiang, nel nordest della Cina, e l’11 dicembre quando altri 19 minatori sono morti nell'esplosione avvenuta in una miniera di carbone nei pressi della città di Bursa, nella Turchia nord-occidentale. Anche le successive fasi di lavorazione – ha ribadito Antonino Morabito - ‘uccidono’ il clima, con le emissioni di CO2, e le persone a causa degli inquinanti che fuoriescono dalle ciminiere. Non vi sono altre vere ragioni, se non la ricerca di un grande profitto da parte di pochi, nel proporre nuove centrali a carbone o nuove centrali nucleari.”

 

E infatti, mentre in questi stessi giorni a Copenaghen i governi del mondo stanno discutendo del nuovo accordo per la lotta ai cambiamenti climatici e del ruolo futuro della green economy, l’Italia risponde con il ritorno alla preistoria energetica del carbone e del nucleare. Si tratta dell’ennesimo autogol per il Belpaese. E la Calabria?

 

Il quadro allarmante descritto rispetto al ruolo del carbone nella tabella che segue rischia di peggiorare ulteriormente nei prossimi anni, con l’apertura della nuova centrale di Civitavecchia, le autorizzazioni date per la riconversione di una grande centrale a Porto Tolle e gli ampliamenti richiesti di quelle di Fiumesanto e Vado Ligure. E il governo vuole ammorbare anche la Calabria con l’ipotesi della conversione della centrale turbogas di Rossano Calabro, in provincia di Cosenza, e il progetto avviato, in attesa di autorizzazione, nella provincia di Reggio Calabria a Saline Joniche dalla società SEI di cui si discute presso la Commissione di Valutazione di Impatto Ambientale. La SEI ha infatti acquistato il sito della ex Liquichimica, a Saline Joniche, per ergere una centrale a ‘carbone pulito’. Ampiamente contestata da cittadini e associazioni ambientaliste, tale progetto sta andando avanti e presto anche dalla punta dello stivale si corre il rischio che arrivino altre emissioni inquinanti a pregiudicare l’ambiente e la salute e a compromettere l’impegno assunto dal governo italiano di riduzione delle emissioni, come richiesto dal protocollo di Kyoto. In questo momento di grande dibattito a livello internazionale Legambiente Calabria rilancia il ruolo delle energie rinnovabili in Calabria per uno sviluppo virtuoso della sua economia e del suo territorio. “In particolare – ha spiegato Franco Saragò, della segreteria regionale di Legambiente - l’associazione del cigno, opponendosi al carbone oltre che al nucleare, propone alla Regione di puntare su una chiara e corretta pianificazione con un investimento corposo nel fotovoltaico e nell’idraulico, segnalando che la legge regionale in materia (n. 42/2008), per altro oggetto di ricorso dinnanzi alla Consulta, nel capo relativo alle soglie di potenza autorizzabili (art. 2) nel citare anche l’uso delle biomasse pone una soglia eccessiva di ben 300 MW che merita un chiarimento. Non si comprende infatti – ha continuato Franco Sarago – come si arriverebbe, in modo ecosostenibile, ad una soglia corrispondente al doppio di quella già autorizzata e pari a 133 MW”.

 

L’investimento nelle energie rinnovabili in Calabria come nelle altre regioni consentirebbe di contrastare il folle uso di carbone per la produzione elettrica in un Paese come il nostro che deve recuperare i grandi ritardi accumulati fino ad oggi nella lotta ai cambiamenti climatici. Le rilevanti emissioni specifiche di CO2 della produzione elettrica da carbone sono, infatti, inevitabili. Anche le centrali di nuova generazione come quella di Civitavecchia non riescono a scendere al di sotto dei 770 g CO2/kWh, quasi il doppio di quello che emette una moderna centrale a ciclo combinato a gas naturale. Il carbone “pulito” sotto questo punto di vista non esiste visto che ad oggi non c’è possibilità di intercettare l’anidride carbonica al camino evitandone la sua emissione in atmosfera. La CCS (Carbon capture and storage, e cioè la cattura e il confinamento geologico della CO2) è una tecnologia ancora sperimentale e non sarà disponibile prima del 2020, anno di scadenza del pacchetto europeo clima ed energia. In Italia poi secondo un recente studio di McKinsey potrà essere utilizzata a partire dal 2025, ma solo su due centrali costruite dopo il 2005 se tecnologicamente attrezzate. Insomma una tecnologia che, semmai funzionante, arriverebbe troppo tardi per evitare le sanzioni degli accordi internazionali, e che comunque farebbe aumentare il prezzo dell’elettricità da carbone perché costosa ed energivora.

 

Fino ad oggi gli atti del Governo Berlusconi in campo energetico vanno in direzione opposta a quella della lotta ai cambiamenti climatici e allontanano l’Italia da quel new deal verde che stanno perseguendo alcune potenze mondiali, in primis gli Stati Uniti d’America di Barack Obama che nello Stimulus Act, il piano anticrisi approvato definitivamente nel mese di febbraio 2009, non prevede più i 50 miliardi di dollari previsti inizialmente per finanziare nucleare e carbone ‘pulito’. Questo è l’esempio da seguire, altrimenti continueremo a fare politiche energetiche di retroguardia - come avvenuto finora con la benedizione di Confindustria - che condanneranno il nostro Paese a rincorrere le scadenze dei protocolli internazionali, a pagare le conseguenti sanzioni per non aver rispettato i patti e a non investire in quelle tecnologie verdi che possono rilanciare la nostra economia oggi per metterle a disposizione domani dei nuovi mercati internazionali di Cina e India. Sarebbe l’ennesima occasione persa che non ci possiamo più permettere.

 

Reggio Calabria, 16 dicembre 2009

Ufficio stampa Legambiente Calabria

(Anna Foti tel. 339.2046023)

 

ALLEGATO: Nota sul Carbone

 

Nel bilancio degli impianti più inquinanti il carbone si conferma uno dei principali problemi della lotta ai cambiamenti climatici in Italia. Nonostante contribuisca solo per il 14 per cento alla produzione di energia elettrica nel 2008, il carbone è responsabile di oltre il 33 per cento delle emissioni generate da tutto il comparto di produzione di elettricità (vedi tabella 1).

Società

2008 emissioni MtCO2

Differenza quote/emissioni MtCO2

Variazione 2007/2008 %

Centrale a carbone di Brindisi Sud

Enel

14,9

+3,9

5,0

Acciaierie di Taranto

Ilva

10,8

-2,5

1,5

Centrale a gas di Taranto

Edison

9,3

+5,3

-2,5

Raffineria Saras

Gruppo Saras

6,2

+3,6

-0,7

Centrale a carbone di Fusina

Enel

4,8

+0,7

12,2

Centrale a carbone di Vado Ligure

Enel

4,3

+0,1

13,5

Centrale a carbone di Fiume Santo

E.on

3,9

+0,7

-9,0

Raffineria di Gela

Gela S.p.a

3,4

+0,4

-13,3

Centrale a carbone di La Spezia

Enel

3,3

+0,3

-9,0

Centrale a gas di Ferrera Erbognone

EniPower

3,3

+0,8

10,3

Centrale a olio S. Filippo del Mela

Edipower

3,1

+0,0

-8,2

Centrale a carbone di Brindisi Nord

Edipower

2,8

+1,5

-4,4

 

TABELLA 1

2008: i 12 impianti più impattanti sul clima in Italia

 

 

Fonte: Legambiente da Registro europeo emissioni ETS CATL

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra gli impianti già autorizzati, quelli che attendono la valutazione di impatto ambientale e quelli per ora solo ipotizzati, l’opzione carbone potrebbe costare al nostro paese quasi un raddoppio della CO2 generata dalle attuali centrali, con un aggravio di 38,9 milioni di tonnellate di CO2, che corrisponderebbe alla CO2 emessa ogni anno da un paese come la Nuova Zelanda (vedi tabella 2).

TABELLA 2

Le nuove centrali a carbone previste in Italia

Società

Stato del progetto

MW

emissioni MtCO2

Civitavecchia

ENEL

Realizzata, accensione prevista nel 2010

1980 Mw

10,3

Fiumesanto

Endesa

Autorizzata

410 MW

1,7

Vado Ligure

Tirreno Power

Autorizzata

460Mw

2,4

Porto Tolle

ENEL

Autorizzata

1980 MW

10,3

Saline Joniche

SEI

in attesa di autorizzazione

1200 MW

7,5

Rossano Calabro

ENEL

Ipotizzata

1200 MW

6,7

Sulcis

ENEL

Ipotizzata

Nd

Nd

Totale

38,9

Fonte: Legambiente

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