Il paesaggio è una chiave fondamentale per ragionare di futuro in un Paese come l’Italia. Perché rappresenta uno straordinario valore aggiunto al patrimonio di città, beni storici e artistici, culture materiali e immateriali di cui è diffusamente ricco il Belpaese. Per cogliere questa sfida occorre avere una chiara consapevolezza dei processi che stanno attraversando il territorio italiano. Esiste il rischio concreto infatti, di non accorgerci che proprio il territorio sia una delle nostre risorse più preziose, di non avvertire il pericolo che il nostro straordinario patrimonio storico-ambientale finisca per annegare in un mare di case, capannoni, infrastrutture. Perché i centri storici, i beni culturali e archeologici, i parchi nazionali e i giardini stanno rischiando di diventare un arcipelago in mezzo a un tessuto di edifici che sta progressivamente occupando ogni spazio. E se queste isole sono l’immagine più efficace di un modello di gestione del territorio e di una politica di tutela e valorizzazione vincente anche da un punto di vista economico e di benessere diffuso, oggi diventa indispensabile interrogarsi su come allargare questa qualità a tutto il territorio, magari ragionando sui modi per estendere il successo di un modello di gestione del territorio che passa per agricoltura di qualità, difesa della identità e tipicità dei prodotti, ospitalità diffusa, valorizzazione dei beni storici e dei piccoli Comuni.
Negli ultimi 15 anni, nel settore edilizio, si è realizzato uno dei cicli economici espansivi più lunghi dagli anni della ricostruzione post bellica, con un crescita ininterrotta che continua dal 1994 e che può trovare un paragone storico così florido solo nel periodo 1951-1965. Proprio in uno dei periodi più difficili per la crescita dell’economia italiana il Pil è stato trainato dal mattone. Nel solo 2006 sono state realizzate in Italia 331mila unità abitative, di cui 30mila abusive e 7mila capannoni. Un ciclo del cemento che devasta il territorio per la continua occupazione di nuovi spazi e perché porta ad aprire sempre nuove cave (sono oltre 6mila quelle attive e circa 10mila quelle abbandonate). Dietro questi processi ci sono interessi forti ma anche un’idea vecchia di sviluppo, per cui la competitività del Sistema Italia potrà ottenersi assicurando libertà localizzativa e incentivi alle imprese, chiudendo un occhio nei confronti dell’illegalità (con 3 condoni edilizi negli ultimi venti anni) e promuovendo un forte rilancio infrastrutturale attraverso la “Legge Obiettivo”. Un’idea di territorio come palcoscenico plasmabile e indifferente che sta producendo crescenti costi ambientali, ma che rappresenta anche una risposta sbagliata e controproducente ai segnali di declino del sistema produttivo italiano. E’ evidente che in una situazione di questo tipo le pressioni delle lobby del cemento sono fortissime perchè attraverso le trasformazioni edilizie si può ripianare il deficit di bilancio dei Comuni che, in un quadro di riduzione dei trasferimenti di risorse dallo Stato, diventano l’anello più debole della catena delle decisioni di tutela del territorio.
Ma occorre anche superare una visione del paesaggio ferma alla tutela di aree e beni, di una gestione che rincorre emergenze e allarmi, di continui conflitti di competenze tra Ministero per i Beni e le attività culturali, Regioni e Comuni a cui sono stati delegati poteri. Non possiamo nasconderlo, l’attuale assetto dei poteri in materia di tutela del paesaggio non sta funzionando bene. In questi 20 anni la Legge Galasso è stata un baluardo contro molti interventi speculativi, almeno nelle aree comprese dai vincoli (300 metri dalla costa, 150 metri dai fiumi, boschi ecc.), ma l’assenza in molte Regioni di piani paesaggistici e la totale indeterminatezza degli stessi (con splendide ricognizioni del patrimonio ma nessuna indicazione prescrittiva o utile alla gestione dei vincoli), ha permesso una assoluta discrezionalità di chi doveva valutare la compatibilità dei progetti con alterni risultati: in alcuni casi una rigidità eccessiva e il più delle volte aprendo le porte a trasformazioni irreversibili.
La mancanza di competenze specifiche sul tema negli uffici, gli stessi limiti organizzativi e di organico hanno contribuito a aggravare i problemi. Emblematica è la situazione di tanti Comuni ai quali è stato trasferito dalle Regioni il potere autorizzatorio in materia paesaggistica, per cui possono decidere sia della compatibilità urbanistica che di quella paesaggistica, in assenza, il più delle volte di piani o indicazioni di salvaguardia, per cui la pressione immobiliare ha la meglio sugli obiettivi di tutela. Occorre apportare delle modifiche al Codice dei beni culturali per chiarire con nettezza che non è possibile trasferire ai Comuni le deleghe in materia di autorizzazioni paesaggistiche o di pianificazione del paesaggio in assenza di uno strumento e di un processo condiviso tra Regione e Ministero per i Beni e le attività culturali. Ancora una volta l’opportunità per cambiare direzione di marcia ci viene dall’Europa e in particolare dai contenuti della Convenzione europea del paesaggio.
Un testo (recepito nel nostro ordinamento con il DL 42/2004), che obbliga a cambiare strada perché impone di ragionare in termini di obiettivi di qualità per i diversi paesaggi e di piani che guardino a tutto il territorio (e non solo ai paesaggi della qualità), di identificare politiche e interventi (e non solo vincoli), e le regole per valorizzare, conservare, gestire i beni ma anche di riqualificare i paesaggi degradati. Bisogna avviare subito questa nuova stagione di pianificazione paesaggistica, utilizzando anche i poteri sostitutivi da parte del Ministero. Una prospettiva questa, che può innescare processi virtuosi anche rispetto alla pianificazione urbanistica, per integrare politiche ambientali, territoriali, paesaggistiche.
E bisogna dare subito un segnale di inversione di rotta:
• nei confronti delle aree costiere, fissando un vincolo di inedificabilità per tutte le aree rimaste libere, in modo da concentrare l’attenzione, come in Sardegna, sulla riqualificazione dei tessuti edilizi, dei centri turistici, delle aree portuali;
• nei confronti dell’abusivismo edilizio, che oggi interessa proprio le aree più delicate da un punto di vista ambientale. Demolendo gli ecomostri, rivedendo la normativa per rendere più efficace l’intervento dei Sindaci e quello sostitutivo da mettere in mano ai prefetti.
Per Legambiente occorre fare della qualità del paesaggio la chiave per ogni ragionamento che riguardi il territorio e dunque affrontare in questa ottica le scelte che riguardano turismo, infrastrutture, città. Proporre una visione dell’Italia che punti a rafforzare le identità locali, il sistema di valori diffuso e le reti di città, la produzione agricola legata al territorio, per contaminare così l’insieme delle politiche ed aumentando la competitività tenendo assieme le istanze di innovazione e tutela, di sicurezza e coesione sociale.
Una attenzione nuova al paesaggio, ai legami tra territorio e forme dello sviluppo, è un tema oggi ineludibile anche rispetto ai rischi di omologazione. Una sfida che significa per l’Europa, e per l’Italia in particolare, trovare un ruolo originale e riconoscibile in uno scenario che rischia di cancellare diversità, motivi di fascino e vivibilità. Approntare un’incisiva politica di valorizzazione dei tanti e diversi paesaggi italiani è oggi probabilmente l’azione più lungimirante per rimettere in cammino un fondamentale fattore di identità e di possibilità di attrarre intelligenze, di muovere curiosità e passioni.